Dietro la complessità e la bellezza de “Le Veglie di Agata” non c’è solo un palinsesto, ma la visione lucida e appassionata di Valentina Giua. Con l’obiettivo di trasformare la cultura in un rito condiviso, Giua ha saputo creare a Catania uno spazio in cui le arti — dalla recitazione alla pittura di Martina Privitera, fino al potere salvifico della danza e della poesia — non si limitano ad accostarsi, ma dialogano in una sinergia profonda.
A metà del cammino, tra l’eco del successo inaugurale e l’attesa per i prossimi appuntamenti, abbiamo chiesto a Valentina Giua di svelarci cosa accade quando una comunità decide di fermarsi, ascoltare e lasciarsi trasformare dalla bellezza. Il risultato è un racconto intimo su cosa significhi, oggi, far vibrare insieme i diversi centri dell’essere umano.
1. Siamo arrivati al 15 luglio, dopo l’apertura con il teatro del 10: che tipo di riscontro ha ricevuto dal pubblico catanese in questa prima fase del festival?
Questa prima fase è stata, innanzitutto, una fase di scoperta reciproca. Una scoperta lenta, quasi trattenuta, come chi osserva dall’uscio di una porta e solo con timidezza si concede di aprirla per guardare cosa custodisce. Il 10 luglio l’emozione era già alta, perché ciò che fino a un istante prima avevo solo immaginato stava per farsi reale, sotto gli occhi di tutti. Il riscontro del pubblico si è manifestato prima di tutto nei numeri, e poi nell’atto stesso della veglia: erano presenti oltre duecento persone, una risposta che non avevo osato immaginare per una prima serata.
Ho curato ogni tassello con devozione, e la restituzione da parte della città è stata attenta, partecipata, tutt’altro che distratta. L’ho letta negli sguardi rivolti alla cura teatrale di Lucia Sardo e Marcello Cappelli, un riconoscersi collettivo nella bellezza, che a Catania non è mai un privilegio riservato a pochi, ma un linguaggio condiviso. Il pubblico ha colto con precisione lo spirito della tradizione popolare portata in scena dall’Accademia, senza che questo ne diminuisse la statura, anzi: ne ha riconosciuto l’altissima qualità.
2. Qual è il momento o l’emozione che più l’ha colpita durante questa prima serata inaugurale e che conferma la bontà della sua visione?
Il momento che più mi ha colpita è stato semplicemente quello di esserci, con ogni parte di me. Ho sentito il corpo intero vibrare all’unisono con ciò che accadeva sul palco e tra gli spettatori. Presentare per la prima volta al pubblico la mia visione delle veglie, spiegare perché fossimo lì insieme per Agata: è stata una dolce, quasi struggente emozione.
Agata mi ha accolta in questa città fin dal mio arrivo, e sento una vicinanza profonda con tutto ciò che ruota attorno alla sua figura. La volontà di dare vita alle Veglie nasce da una spinta che mi attraversa e alla quale non so, né voglio, sottrarmi.La voce degli attori, la loro gestualità, i pupi, gli elementi scenici, le parole, il respiro del pubblico: ogni elemento ha composto la cornice perfetta di un sentimento di gratitudine molto alta.
3. A metà del cammino, è soddisfatta di come le diverse realtà artistiche coinvolte – dalle scuole di recitazione alle associazioni poetiche – stiano interpretando lo spirito del progetto?
Sono profondamente soddisfatta delle scelte compiute. Le realtà artistiche che ho voluto fortemente per questa rassegna sono complementari, unite da un’unica forza generatrice: la poesia. Non come ornamento, ma come fil rouge che attraversa e sostiene ogni altra arte — quanta poesia abita il teatro, la musica, la pittura, la danza? Tutte ne sono intrise; è proprio questo a renderle capaci di restituirci sentimenti così puri da farcene innamorare, senza riserve.
La scuola di recitazione che ha aperto il festival ha già portato in scena la disciplina del corpo e della voce, la precisione di un mestiere antico; le associazioni poetiche, che troveranno il loro spazio nei prossimi appuntamenti, porteranno la parola nella sua forma più nuda, offrendo visioni che dentro di sé contengono già danza, ritmo, teatralità, pittura. Il dialogo tra queste realtà si sta rivelando un’armonia dei sensi più che un semplice accostamento di programmi, ed è questo — il modo in cui ciascuna sta accogliendo Le Veglie di Agata, con un amore autentico e condiviso — a confermarmi che lo spirito del progetto viene compreso e non solo eseguito.
4. Ci sono state sorprese o dinamiche impreviste nel dialogo tra le arti che non aveva preventivato quando ha iniziato a scrivere questo palinsesto?
Sì. Non avevo previsto che, in corso d’opera, il progetto iniziale potesse assumere una portata sempre più ampia e coinvolgente per la comunità. Ho cominciato con timidezza a dare forma a queste Veglie agatine; ma con il passare dei giorni l’interesse verso questo palinsesto si è dimostrato più ampio, più trasversale del previsto, aperto a collaborazioni e progetti futuri che, già in questi giorni, stanno semplicemente accadendo, con una naturalezza che non avevo pianificato ma che accolgo con gratitudine.
5. Guardando ai prossimi appuntamenti – dal Poetry Open Mic (di stasera) alle performance di musica e danza – qual è il suo auspicio per il finale di questa esperienza collettiva?
Il 12 luglio ho inaugurato, insieme a Martina Privitera, la sua mostra personale alla Sala del Piccolo Parlatoio; già in quell’occasione, grazie alla presenza di voci autorevoli dell’editoria e dell’arte, ho percepito che la portata del progetto stava superando la visione iniziale. Il 15 luglio ci attende una serata importante, con la presenza di nomi affermati del panorama letterario e culturale accanto ad autori emergenti: credo profondamente nel potere della parola condivisa, e questa mi pare un’occasione autentica di scambio umano, un modo semplice per far danzare all’unisono voci diverse, fino a comporre un coro che possa nutrire, a sua volta, chi lo ascolta.
Seguiranno performance di musica e danza, attese con una trepidazione che è già parte del rinnovamento interiore a cui questo progetto tende.Gurdjieff dedicò alla danza una parte importante della sua ricerca, arrivando a codificare veri e propri sistemi di movimento — le celebri Movements — pensati non come esercizio fisico o coreografia estetica, ma come strumento di risveglio della coscienza. Per lui il corpo, se mosso con attenzione esatta, diventava un canale attraverso cui l’energia poteva circolare in modo nuovo, mettendo in comunicazione i diversi “centri” dell’essere umano — quello motorio, quello emotivo, quello intellettuale — che nella vita ordinaria restano quasi sempre scollegati tra loro.
Danzare, in questo senso, non è mai fine a se stesso: è un atto di precisione percettiva, un modo per avvicinare lo spirito a una dimensione più alta, più vicina al divino, proprio attraverso l’attenzione portata al gesto. È così che tutto torna a ricongiungersi a quell’atto di attesa e nutrimento iniziale rappresentato dalla veglia: siamo in ascolto, ogni giorno accogliamo qualcosa di nuovo, e ci lasciamo attraversare da questi singoli atti che convergeranno, alla fine, in una restituzione condivisa, una comunità che, nel ricevere questa bellezza, ne esce trasformata nello spirito.