Dall’8 al 10 giugno 2026, gli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Catania hanno ospitato – come avevamo già annunciato giorni fa – il workshop “Pratiche di sforzo condiviso”, un intenso percorso di ricerca e azione artistica culminato mercoledì 10 giugno in una suggestiva performance collettiva site-specific all’interno dell’area fitness del Parco Gioeni di Catania (nello spazio adiacente all’ingresso del parcheggio di Via Angelo Musco).

L’iniziativa, nata da un’idea e dalla curatela di Mario Bronzino e Francesco Lucifora, si iscrive organicamente all’interno del programma del Dottorato di ricerca in “Scienza della produzione artistica e del patrimonio”, di cui sono già attivi il primo e il secondo ciclo. In quanto dottorando, Bronzino ha avuto la facoltà di produrre e innestare questo focus progettuale all’interno del percorso di cattedra del proprio supervisore, portando a Catania la preziosa collaborazione dell’artista Davide Mariani, che ha guidato gli studenti in veste di performer e direttore artistico della performance finale.

La catena di montaggio dell’assurdo: la performance al parco

La ricerca e la pratica artistica di Davide Mariani sono da sempre incentrate sull’attraversamento dello spazio pubblico e su un’indagine impegnata dello sforzo fisico e della fatica all’interno del contesto urbano e collettivo. Al Parco Gioeni, questa visione ha preso forma attraverso il dialogo serrato di dieci studenti dell’Accademia, che dalle ore 10:00 alle 11:30 hanno interagito attivamente con rotoli di nastro adesivo e scatole di cartone commerciali.

Utilizzando in modo totalmente inedito e site-specific le strutture normalmente destinate agli allenamenti sportivi, i partecipanti hanno ricreato un’ideale fabbrica contemporanea. L’azione si è focalizzata su una ripetizione gestuale deliberatamente priva di un fine utilitaristico: l’atto continuo di mettere e togliere lo scotch dalla medesima scatola. Una reiterazione meccanica che, se nelle industrie del nostro tempo risponde a rigide logiche di produzione, all’interno del parco ha perso volutamente significato, entrando in cortocircuito con un luogo antropologico nato invece per il benessere del corpo e il tempo libero.

Smontare la solitudine contemporanea attraverso la fatica

La performance trae la sua profonda ispirazione da tutte quelle pratiche ripetitive e reiterate continuamente che, nel confronto con il tempo, soffrono della difficoltà di essere utili e finalizzate a qualcosa. In questo framework, lo sforzo — vero fulcro concettuale del workshop — viene ribaltato e letto come una pratica fortemente positiva per tornare, idealmente e fisicamente, a dialogare con lo spazio, con il territorio e con le altre persone (colleghi, amici, artisti).

L’esigenza primaria che ha mosso l’operazione nasce dalla consapevolezza di una società civile spesso atrofizzata da meccanismi e tecnologie che spingono alla stanzialità su divani e letti. L’affaticamento contemporaneo è ormai per lo più visivo o limitato alle mani, confinato all’uso dello smartphone e dei social network. La performance ha voluto scardinare questa solitudine imposta dal contemporaneo, riattivando i corpi attraverso una fatica collettiva volta a muoversi verso una missione comune. Un “corpo collettivo” capace di togliere i vecchi equilibri e di generarne di nuovi all’interno dello spazio e del proprio contesto.

La voce dei giovani artisti dell’Accademia

Per gli studenti dell’Accademia si è trattato di un’esperienza fortemente formativa e, per molti, del primissimo approccio con l’arte performativa. Mentre la didattica accademica tradizionale si concentra sull’apprendimento e sull’uso di strumenti fisici tradizionali (come pittura o calcografia), in questo workshop i partecipanti hanno scoperto il proprio corpo come vero e proprio strumento per veicolare un messaggio sociale.

I performer hanno raccontato di essere entrati in un automatismo quasi meccanico, densamente concentrati e focalizzati sull’obiettivo. Ciò che è emerso con maggiore forza è stata la percezione netta della collaborazione, lo sviluppo di un ascolto reciproco e la nascita di un gruppo coeso, elemento che si è rivelato fondamentale per dare senso e struttura alle giornate di discussione teorica e alla complessa ripetizione gestuale della performance.

Un valore necessario in un mondo instabile

Mettersi in gioco, mettersi in ascolto e comprendere lo sforzo condiviso rappresenta oggi un atto necessario per un giovane artista visivo che si trova a interfacciarsi con un mondo e un panorama sociale, politico e geopolitico totalmente instabile. Diventa perciò attuale e cruciale che l’artista parli e mostri la fatica, ancor di più se si tratta di una fatica condivisa. L’azione collettiva di mercoledì mattina ha dimostrato come l’arte performativa possa ancora innescare collaborazioni umane reali, lasciando un segno tangibile nel territorio cittadino e modificando la grammatica del nostro quotidiano.