Ci sono spettacoli che non si esauriscono nel momento in cui cala il sipario, ma continuano a far risuonare la propria eco a distanza di tempo. È il caso di “Giocasta d’Edipo – le donne del mito”, la produzione Mitoff firmata per riscrittura, disegno scenico e regia da Salvatore Carmine Guglielmino (da Seneca) e andata in scena al Palazzo della Cultura nell’ambito del Catania Summerfest

A distanza di settimane, a mente fredda e al di fuori della frenesia della cronaca immediata, torna spontanea la riflessione su un’opera capace di ribaltare la prospettiva di uno dei miti classici più tragici di sempre, grazie alle interpretazioni intense di Stefano Masciarelli, dello stesso Guglielmino, di Marta Limoli e Laura Sfilio (con l’aiuto regia di Alfio Belfiore).

Il valore e l’estro creativo di Guglielmino

Noi di EventandoCatania seguiamo da tempo il percorso artistico di Salvatore Carmine Guglielmino e sappiamo bene come ogni progetto nato dal suo estro creativo rappresenti un tassello prezioso per il panorama teatrale, capace di infondere ulteriore qualità alla scena culturale locale e nazionale. A dimostrarlo non sono soltanto i consensi della critica, ma la risposta costante del pubblico: il Palazzo della Cultura ha registrato una partecipazione straordinaria.

Confermata poi anche di recente di fronte a condizioni meteorologiche avverse per L’Esclusa dello scorso 9 ottobre. Altro importante appuntamento teatrale a cui noi di EventandoCatania eravamo presenti e di cui torneremo a parlare molto presto con interviste esclusive ai protagonisti.

Il mito vissuto con gli occhi di Giocasta

Al centro di “Giocasta d’Edipo” c’è una figura femminile raccontata e vissuta oltre la superficie del dramma tradizionale. Lo sguardo si posa interamente su di lei: una madre e moglie travolta da un destino di cui non ha alcuna responsabilità.

Come è emerso nel corso del confronto con Maestro Guglielmino: «Ho iniziato a scrivere un Edipo dal punto di vista e dalla visione della donna. Nessuno parla fino in fondo di questa donna che si ritrova un marito che le fa uccidere il figlio, e poi quel figlio che torna e diventa suo marito. Che colpa ha questa donna? Nessuna. La sua è una vera e propria inconsapevole colpa».

Il dramma di Giocasta diventa così il ritratto intimo di un dolore insostenibile. Mentre Edipo sceglie di accecarsi di fronte alla verità, la tragedia della regina si consuma nel silenzio e nel tormento di una violenza subita e metabolizzata, manifestandosi nel dialogo interiore con Le Furie (Aletto, Tisifone e Megera), ombre che rappresentano la sua stessa coscienza.

Dalla tragedia classica alle ferite del presente

La forza e la tenuta nel tempo di questa messinscena risiedono nella sua capacità di parlare direttamente al presente. Il parallelo con l’attualità emerge spontaneo e potente: la violenza delle divinità greche si specchia nella violenza moderna esercitata sulle donne: «Volevo spezzare una lancia a favore delle donne, perché veramente non se ne può più».

La trasposizione scenica trasforma così il mito classico in un grido d’allarme contro ogni forma di sopraffazione maschile, lasciando un’impronta e uno spunto di riflessione quanto mai necessari e attuali.

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